T r a i l e r‎ > ‎

Chime

Prologo

Chime stava seduto a terra, appoggiato contro il muro, fuori dal suo puecol, avvolto dallo shaer che era stato iniziato da suo padre. La cuarva era calda e afosa e le moreas, lontane e immobili, erano colorate dai riflessi delle fumigazioni rosso ardenti degli ultimi riazo del lievo che scendeva lento ed oleoso all'orizzonte, come un nokbi che non vuole abbandonare gli jhaci appena conosciuti. Chime guardava intorno a sé, trascorrendo torpidamente il termine della giornata seduto ad osservare lo strano e per lui inconsueto andirivieni degli stranieri in quel luogo che la sua gente chiamava porta del lievo e che i nuovi venuti chiamavano Astroporto-14.

Quegli esseri, venuti da un altro dove, parlavano una lingua monocorde, a lui ed alla sua gente estranea, veloce e meccanica, una lingua in cui ogni singola parola era nettamente scandita e aveva un significato preciso e una sola univoca pronuncia. Non esisteva armonia, né musica in quel linguaggio, tale almeno che egli potesse percepire e non esisteva cambiamento: ogni parola era sempre uguale a se stessa e veniva monotonamente ripetuta, invariata e sempre uguale. L'emozione interna non modificava e non influenzava la pronuncia della parola: essa era sempre la stessa e non poteva, certo, esprimere le sensazioni percepite che, come Chime sapeva, erano variabili di attimo in attimo, così come lo erano le ore nel corso della datraz, screziate dai colori di ogni nuovo e lento momento del juero. Era una lingua ferma e scialba, grigia come l'acqua che stagnava nelle pozze fangose del terreno dopo un temporale. Chime si chiedeva come gli stranieri potessero comprendersi fra loro e intendere il divenire della vita e comunicare gli uni agli altri le loro emozioni. A volte pensava che, proprio, non si capissero affatto, anche se però si muovevano ordinati nel loro continuo e interminabile lavoro.

Li osservava, ora, come li aveva osservati a lungo, da quando erano giunti sul suo mondo, sempre occupati nelle loro azioni quotidiane, così assurdamente ripetitive. Sembrava che quegli esseri facessero sempre le stesse cose: portavano, spostavano o mettevano qualche cosa su qualche altra cosa oppure di fianco o davanti ad essa, oppure usavano una cosa che faceva diventare le altre cose la stessa cosa. Era qualcosa di simile alla malta ed alle corde usate dal popolo di Chime nella costruzione della Saha. Qui, però, era differente: le cose che gli stranieri manipolavano diventavano una sola cosa, diversa da come e da ciò che esse erano prima: nella costruzione della Saha la malta, quando si essiccava, diventava una cosa unica con i cordami con essa impastati, ma nell'insieme si distinguevano ancora quelli che erano i cordami, mentre qui, invece, la mescola degli stranieri, una volta essiccata, non aveva più nessuna delle caratteristiche delle parti che la componevano e diventava un tutto omogeneo e compatto e molto duro.

Chime aveva imparato, con fatica, un po' del loro vocabolario monotono e monocorde, ma era difficile per lui: non gli riusciva, come anche a nessuno della sua gente, di pronunciare le parole aliene sempre allo stesso modo come facevano quegli esseri che erano discesi dal lievo. Non comprendeva come essi potessero non rivestire le parole di emozioni, come era a lui congeniale e naturale: Chime esprimeva ogni sua emozione, ogni suo stato d'animo, ogni suo colore ed entusiasmo nelle poche parole che conosceva della lingua aliena, ma esse, pur restando sempre le stesse, suonavano assai diverse alle orecchie di chi le ascoltava. L'emozione era un grido che prorompeva dal profondo del suo animo, dalle sensazioni che viveva nel momento in cui parlava e ricordava e radunava i suoi pensieri come drappelli di gajur all'adunata serale e saliva come un'onda di marea, colorando le parole e le frasi che lui costruiva nella lingua aliena.

Nella lingua di Chime Sa-ha era quello che gli stranieri chiamavano casa, ma per lui Sa-ha era la casa in cui tornava la sera, stanco e desideroso di riposo, mentre Sa-ah era la casa che lasciava al mattino per andare alla ricerca del cibo, Saha era, invece, la casa che avrebbe ospitato la compagna del momento, quando il primo dei cicli dei cambiamenti sarebbe arrivato, Saah, infine, era la casa del Padre, quella in cui egli avrebbe vissuto fino al cambiamento. E, così, quando Chime pronunciava la parola casa, nella lingua degli stranieri, sottolineava questa parola usando le stesse coloriture del pensiero della lingua sua e del suo popolo: ne derivava, così, una parola ogni volta storpiata per le orecchie degli stranieri che, inevitabilmente, correggevano, con gentilezza, la variazione della parola indotta dall'emozione di ciò che lui andava significando e che percepiva in quel momento. Chime non comprendeva, ma tollerava e, soprattutto, osservava, quieto e curioso. Alla fine aveva capito o, meglio, aveva accettato, come quegli esseri, che erano venuti da molto lontano, bizzarramente usavano sempre la stessa tonalità di voce, la stessa emozione, la stessa sensazione per indicare cose che avevano, nella sua lingua, differenti significati e diverse emozioni e, quindi, differente intonazione. 

Il Cambiamento minore

   Lei era stata la Rya-ha , ma ora non lo era più anche se per una parte della mente di Chime lei continuava ad esserlo. Chime capiva, comprendeva, odiava, amava, non capiva, si dibatteva come immerso in un foler di olio denso ed appiccicoso. Lei non voleva più Chime; lo aveva voluto fino al juero prima ma ora, di colpo, come il vento che si leva improvviso talora nella Tohe, non lo voleva più. Chime si sforzava di capire. La sua mano scorreva lo shaer che portava, tastando la storia scritta passata, cercando un errore di tessitura che non trovava, sfiorava il suo taehril e cercava, cercava, ma non trovava nulla nel tessuto della datraz trascorsa che spiegasse l’avvenimento intervenuto nel presente. 
   Rya-has non era più Rya-has, ma voleva ugualmente le cose che sarebbero state sue, se fosse stata ancora Rya-has. Le cose erano tante e potevano bastare anche se divise e, questo, Chime lo sapeva, ma non riusciva a prendere la decisione: Sa-ha, la casa cui tornava, Sa-ah, la casa che lasciava, Saha la casa della compagna, Saah, la casa del Padre, erano cose sue, ma erano anche cose di lei, per il tempo tessuto insieme. Chime capiva e voleva, ma una parte di lui non voleva. L'immagine di lei era stata scolpita nella sua mente dai discorsi di lui e di lei con il padre e con la madre di Chime: queste cose erano da qualche parte dentro la sua testa, legate e intrecciate fra loro. Lei faceva parte della sua datraz, intessuta nei taehril di Chime ed era anche parte del suo stesso shaer. Ora, però, la datraz, un tempo intessuta nel tempo, si era interrotta e più nulla poteva essere scritto del loro cammino. 
   Chime sapeva che il periodo del cambiamento minore sarebbe potuto giungere, Padre lo aveva detto: la scrittura sullo shaer sarebbe proseguita inesorabilmente senza lei o con un'altra Rya-has, quando questa fosse un domani comparsa nella sua vita. Il sapere queste cose, tuttavia, non diminuiva la sofferenza. Il Padre, anticipando eventi che non avrebbe potuto vedere e riferendosi a cose che già aveva vissuto, aveva detto: è un modo diverso di vivere, un modo di vivere diverso, uno dei modi di vivere. La vita sopravvive alla vita ed al cambiamento, poiché la vita stessa è cambiamento. Il cambiamento minore talora interviene e bisogna essere preparati ad accettarlo, poiché non si può arrestarne il corso, talora, invece, non interviene per tutta la vita e si è molto fortunati, in questo caso. Io e tua madre lo siamo stati: in tanti sava non siamo mai cambiati. Tuttavia molte unioni dopo quattro sava cambiano, altre dopo otto: lo abbiamo visto accadere a molti della nostra gente. Questo è scritto nella datraz dello scorrere del tempo, poiché il cambiamento fa parte della vita e questa stessa è cambiamento. Così diceva e avrebbe, ancora, detto il padre se fosse stato vivo. Chime era confuso: giuste erano le osservazioni del padre, ma il suo sentire interno lo portava altrove con il pensiero e con la sua sofferenza. La sua mente era lacerata dalla percezione di emozioni contraddittorie. Come poteva tessere queste emozioni? Esse erano contemporaneamente presenti ed in contrasto fra loro. Quale era l'emozione da scrivere? Non poteva tesserle tutte e due, non era possibile: una sola doveva essere la linea dominante nel disegno della datraz, l'altra sarebbe stata una sfumatura di contorno, un tenue filo color pastello, che accompagnava l'emozione principale, come sempre era stato, da quando Chime aveva imparato l'arte di tradurre nello shaer il proprio sentire. Qui, invece, avrebbe dovuto tessere due emozioni opposte una sull'altra e la trama dell'una avrebbe oscurato la trama dell'altra.
   Una delle due doveva essere prioritaria sull’altra e reclamare il...


Terra-2 - Dipartimento Due

- Ciao, Jim: eccoti qui gli OloTriDi che mi avevi chiesto sulla prima missione storica di esplorazione della Nave IS Uno-Uno. 
- Grazie, voglio confrontare le spese iniziali con quelle attuali e ricavare un algoritmo di crescita dei costi. 
- Ho visto poco fa, mentre entrava nel suo ufficio, Christianne Told di Dipartimento Uno. È sempre una bella donna. 
- Oh, sì, Albert, tu hai ragione, è veramente una donna affascinante, ma è inavvicinabile. Ogni nave nuova che mandiamo fuori comporta un incremento notevole dei costi e dobbiamo capire dove sono collocate queste spese e quale sia la ragione di questo aumento. 
- Beh, Jim, questo in parte è dovuto ai costi di costruzione di navi sempre più efficienti e in parte all'implemento degli uomini di equipaggio e degli scienziati a bordo. Da quando si è separata Christianne pare non ne voglia più sapere degli uomini e sì che sono trascorsi due cicli esterni, per cui il tempo trascorso avrebbe dovuto aiutarla a dimenticare il compagno su cui aveva investito così tanto. A mio avviso lui è stato davvero uno stupido. Incapricciarsi così di un'altra donna ed abbandonare la famiglia. 
- Signor Albert Frazer! Si tratta di biochimica! L'hai studiata, no? Quando questa vira il timone tu gli vai dietro con tutta la nave.
- Ma noi abbiano anche un cervello!
- In casi come questo ti serve solo per vedere dove il tuo film biochimico ti sta portando. 
- Credo che Christianne per il momento si voglia dedicare esclusivamente ai suoi due figli. Dopotutto, su questo ha ragione: i ragazzi sono ancora nell'età di transizione verso l'adolescenza e la separazione con l'allontanamento del padre influisce di certo in maniera negativa sulla loro crescita psichica, anche se si incontrano con il padre due volte alla settimana...