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Le mie (4+3) donne

Le donne - Il Monastero

    Dopo il mio terzo divorzio, compresi che qualcosa non andava per il verso giusto nella mia vita, non ci andava molto a capirlo, un altro, forse, ci sarebbe arrivato già al secondo divorzio, se non dopo il primo. Dovevo solo verificare se ero io o erano loro, le donne, voglio dire, il che non era un'impresa semplice, proprio per nulla facile, sapete: quando finalmente credi di aver capito una donna e ti giri dall'altra parte del guanciale per un meritato riposo, per aver compiuto un'impresa eroica, ecco che salta fuori un imprevisto che ti rende pienamente consapevole, come in una mistica illuminazione del Santo Patrono della tua città e ti concede di capire come tu, sì proprio tu, devoto cagnolino fedele al patto contratto, non avevi capito proprio niente di quella persona. Dopo esserti ricordato di tutte le date dei compleanni e di quelle degli onomastici, di Natale e di Pasqua, delle speciali ricorrenze sue e di quelle dei suoi genitori, della festa della donna e di quella di San Valentino (guai a dimenticarsi di quest'ultima...), della festa della mamma (della sua Mamma), dell'onomastico della sua migliore amica e di quello della sua parrucchiera e, infine, anche di quello, virtualmente stabilito, del gatto di casa, ecco che ti accorgi di non aver capito proprio niente di una donna o, almeno, di quella donna.
    Realizzai, dunque, all'alba dei miei primi quaranta anni, trascorsi su questo pianeta (ci tengo a precisarlo perché qualcuno non possa avanzare il sospetto che io sia un marziano o comunque un'entità biologica proveniente da qualche altra parte di questo cosmo infinito non consapevole di come funzionino le cose quaggiù da noi), che il matrimonio non faceva per me e, così, decisi di superare la dipendenza dalla donna. Lasciando largamente perplessi tutti i miei colleghi, ai quali non fornii alcuna motivazioni di questa mia decisione, presi un'aspettativa di alcuni mesi dal mio lavoro e mi ritirai in un Monastero di frati di un Ordine di cui, francamente, non ricordo il nome: avevo visto una intervista giornalistica pubblicata su Internet che dichiarava che l'Ordine era disponibile ad accogliere in comunanza fraterna chiunque avesse sentito la necessità di meditare sul significato della vita e che fosse alla ricerca della pace interiore, in cambio della condivisione della francescana regola dell'ora et labora, che, tradotto dal latino, significa prega e lavora.
    Così preparai una valigia con un po' di biancheria, lasciai l'auto in garage, presi il treno e andai a piedi dalla stazione della città nella quale aveva fatto scalo il treno fino al paesello - erano più o meno tre o quattro chilometri - in cui si trovava il monastero nel quale ero diretto, ubicato proprio in cima ad una collina, come si vede nelle cartoline e nei film: ero deciso a cambiare la mia vita e l'andare a piedi, come sapevo fare i monaci, era il mio primo passo, in senso letterale della parola. Non avevo i sandali, come usano i frati, ma a quello ci avrei pensato in seguito o, forse, mi sarebbero stati forniti dai miei ospiti. Non avevo mai sentito parlare di quell'Ordine di Monaci o Frati che fossero: per cominciare, uno vale l'altro, mi dissi. L'aria era fine e tersa, il cielo azzurro, con poche nuvole bianchissime che ne facevano risaltare il colore, il sole era caldo, ma non fastidioso e camminare in mezzo alla campagna, in quella strada sterrata di terra battuta, che faceva un saliscendi in mezzo alle colline coltivate per lo più ad ulivi, mi piaceva e dava un senso di nuovo inizio che mi riempiva di nuova energia. Infine arrivai dove ero diretto davanti ad un alto muro in mattoni e pietre con un grande portone in legno, che dava accesso al convento, come si vede nei film d'epoca. Suonai un campanello: per la verità mi sarei aspettato un batocchio di legno con cui percuotere il massiccio ed antico portone, pure questo, classicamente, di legno oppure una catena da tirare con energia per annunciare l'arrivo di un pellegrino visitatore, all'altro capo della quale vi fosse una campana o un campanaccio o qualcosa di simile dal suono metallico e ripetuto dall'eco del verde delle colline. Invece trovai un normale campanello elettrico, abbastanza moderno, collegato ad un sistema di videosorveglianza, ancor più moderno. Venni accolto da un frate giovane e magro con un semplice ''buongiorno, fratello, entra pure, sei il benvenuto''. Fui accompagnato da quello che, credo, fosse il padre priore o, comunque, colui che era deputato alla gestione del Monastero e, dopo uno scarno colloquio durante il quale spiegai il motivo di quella mia scelta, mi furono indicate le poche, ma semplici e precise, regole che avrei dovuto osservare durante la mia permanenza nel monastero, fintanto che avessi voluto colà restare. Proprio così, mi fu detto.
    Ci si alzava all'alba, intendo dire quando sorgeva il sole, si era d'estate, in luglio, quindi mi alzavo, come tutti gli altri abitanti del Convento, alle cinque e dieci del mattino, quando il sole stava già sorgendo, una campana scandiva inesorabilmente l'ora del risveglio, azionata certamente da un confratello insonne; pregavo per due ore insieme ai frati, poi mi recavo nel giardino per altre due ore di meditazione, sempre insieme ai frati, tutti in religioso silenzio, poi andavamo tutti a lavorare nell'orto, dove si coltivava quanto necessario al sostentamento degli abitanti del convento: patate, pomodori, fagioli, fagiolini, cavolfiori, zucchini, sedani, ravanelli, aglio, cipolle, finocchi, peperoni e insalata di vario tipo, c'erano anche due lunghi filari di alberi da frutta, peri, meli, limoni e, più in su, sulla collina c'era un oliveto con una trentina di filari da cui si ricavava l'olio necessario per il convento; l'eccedenza veniva venduta, a caro prezzo, da quanto avevo avuto modo di vedere visitando lo spaccio, trattandosi di un prodotto ultra-bio. Era un Ordine di frati votati alla povertà ed alla semplicità, ma sui soldi che provenivano dal loro lavoro non si scherzava. C'erano anche diverse galline, ma non venivano usate per nutrirsi: i frati le alimentavano e, in cambio, le galline deponevano uova che venivano raccolte dai frati per il loro sostentamento. Talora l'eccedenza veniva anche venduta, sempre a caro prezzo, poiché il prodotto del loro lavoro doveva servire a mantenere il Monastero, cioè loro medesimi, in un'ottica di tipo comunitario che, da un lato, avrebbe fatto invidia a Carlo Marx e, dall'altro, avrebbe fatto ribollire i moderni sindacalisti, poiché lì non si parlava di contributi: in compenso nessun confratello sarebbe mai stato abbandonato nella malattia o nel bisogno o nella vecchiaia. Cosa, questa, che avrebbe dovuto far arrossire di vergogna i sindacalisti ed i deputati al Governo, ammesso che questi abbiano un'amigdala che conceda loro il dono dell'empatia...


 

Non riuscivo più a dormire

    Non riuscivo più a dormire, mi svegliavo tre o quattro volte per notte, non riuscivo ad addormentarmi e quando ci riuscivo mi svegliavo presto al mattino, troppo presto: il problema che mi martellava la testa, le donne ed il loro comportamento illogico, irrazionale ed imprevedibile, necessitava assolutamente di una soluzione o, meglio, una soluzione era necessaria per le conseguenze che questo problema ribaltava su di me. Dovevo dormire, dovevo assolutamente riposare di notte, non potevo alzarmi al mattino, dopo aver passato una notte insonne a scandire le ore che comparivano, magicamente proiettate dalla sveglia elettronica, prodotto di una tecnologia avanzata della specie umana del pianeta Terra, su una parete della camera in cui dormivo. No, non potevo andare avanti così e risvegliarmi puntualmente e ad ogni ora come se un campanile avesse battuto i rintocchi e, il giorno dopo, andare al lavoro all'università e tenere lezioni agli studenti, i quali, come tutti i giovani carichi della doppia energia duracell, non avrebbero mancato di cogliere l'espressione stanca del mio viso e qualche difficoltà della articolazione delle parole o nel richiamo dei concetti dalla memoria a lungo termine, sottolineando il tutto con sorrisetti fra loro che lasciavano intendere la fantasia di chissà quali performance notturne, mentre si trattava solo di un disturbo del sonno reattivo ad una problematica oggettiva.
    Andai dal mio medico, esposi dettagliatamente in meno di dieci minuti il mio problema, altri dieci minuti di silenzio e di sguardi interrogativi passarono mentre il medico scandagliava il mio viso alla ricerca di qualche risposta ed osservava sul monitor del suo computer l'elenco delle mie poche patologie, per lo più qualche raffreddore e qualche influenza e qualche riaccensione di una periartrite scapolo-omerale post traumatica; alla fine, in base alle informazioni che gli avevo dato ed a quanto non era emerso dalla mia cartella clinica, mi prescrisse, ovviamente un modesto ansiolitico. Mi disse che era indeciso tra un rimedio omeopatico o l'uso di un farmaco ipnoinduttore a breve termine a dosi molto basse. 
Dopo una discussione interna, fra i suoi due emisferi cerebrali, prevalse quello sinistro e fu deciso per quest'ultimo.     
    Giunto a casa, sollevato dall'avere avuto infine una soluzione presi la scatola di ansiolitico e lessi le istruzioni, non si sa mai, quelle che erano riportate sul foglietto illustrativo all'interno della confezione - si chiama scheda tecnica - e la mia attenzione cadde sugli effetti collaterali che potevano derivare dalla terapia:

Stati acuti di ipereccitazione, Comportamenti aggressivi, Agitazione, Agranulocitosi (condizione che colpisce i globuli bianchi del sangue, causando suscettibilità alle infezioni) Acatisia, Amnesia, Ansia, Coma, Confusione, Depressione, Disorientamento, Torpore, Eccitabilità, Irrequietezza acuta, Paura, Allucinazioni, Ostilità, Isteria, Insonnia, Irritabilità, Ittero, Letargia, Sventatezza, Problemi di fegato, Riduzione della memoria, Tremori muscolari, Nausea, Nervosismo, Incubi, Psicosi, Rabbia, Sedazione, Depressione grave, Problemi sessuali, Disturbi del sonno, Difetti di pronuncia, Tentativi di suicidio, Amnesia temporanea, Crisi epilettiche e decesso (a causa di un'interruzione improvvisa) Tremori.

    Non presi, ovviamente, il farmaco: la sfilza di effetti collaterali, soprattutto l'accenno a problemi sessuali mi suggerì che non era il caso di aggiungere danno al danno, casomai mi fosse capitato un incontro ravvicinato con abduction da parte di una femmina aliena scesa sulla terra con il suo disco volante o, anche, da parte di una semplice femmina terrestre: non mi sarei formalizzato né in un caso né nell'altro. 
    Sapevo bene che sulla scheda tecnica di un farmaco, venivano indicati tutti gli effetti collaterali che erano stati rilevati nel corso della sperimentazione e nell'uso clinico e sapevo anche che l'elencare tutti questi effetti metteva al riparo la casa farmaceutica da qualunque possibilità di richiesta danni, come dire "io l'ho scritto, tu l'hai letto, quindi era a conoscenza del rischio che correvi", per cui, se a seguito dell'assunzione di questo farmaco hai pestato la coda al gatto poiché i tuoi riflessi erano più lenti e lui ti ha graffiato non è responsabilità nostra. Questo in termini tecnici si chiama scaricabarile e funziona elegantemente. Sapevo anche che al dosaggio prescrittomi non avrei corso nessun rischio: il mio medico su questo andava con i piedi di piombo e la dose era veramente minima, mi aveva detto, un sedicesimo dalla dose massimale, praticamente un rimedio omeopatico, qualcosa un poco più forte dell'acqua tonica, in altre parole. Tuttavia l'accenno a possibili problemi di funzione era già bastato a tranquillizzarmi, non dall'ansia di sicuro, ma... lo avete capito, no?