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Scimmie

Ho-aer

    Nel tardo Pleistocene Relativo di un mondo in cui la materia-energia era giunta alla prima e tremula percezione di se stessa, attraverso milioni di miliardi di gradini evolutivi e di organizzazioni successive, complicate e sempre più complesse, attraverso innumerevoli tentativi, successi e fallimenti e poi ancora altri tentativi, altri fallimenti ed altri successi, finalmente concretizzati in aggregazione protoplasmica stabile dotata di forma, una sua piccola parte, un piccolo e insignificante frammento di materiale biologico, chiamato Ho-aer, capace di percepire l'ambiente a lui esterno, osservava i suoi simili, dal profondo delle sue orbite infossate. Dietro i suoi occhi, inquieti e insoddisfatti indagatori di un mondo per lui oscuro e misterioso, crudelmente limitato a ciò che le sue mani potevano toccare e il suo sguardo poteva osservare e il suo olfatto e il suo udito potevano, diversamente, sentire, un cervello primitivo e curioso cercava di legare insieme scarni brandelli di percezioni, attraverso vie sinaptiche rudimentalmente abbozzate, lungo le quali l'impulso nervoso procedeva, con lenta, seppur esultante, fatica. Era una protoscimmia, uno dei primi e goffi precursori di quell'uomo, erede unico e duraturo signore del mondo, che sarebbe comparso sulla scena colorata dell'esistenza molto tempo dopo, in un'epoca che avrebbe sorriso guardando alle proprie origini, meravigliata del proprio ruolo e, in virtù di esso, sicura.
    Le sue sclere avevano una marezzatura rossastra che ne screziava geometricamente il bianco uniforme e lo distingueva dagli altri del suo popolo, facendo di lui oggetto di un particolare e quasi magico interesse, poiché il suo aspetto, inusuale e diverso, contrastava con la somiglianza che aveva con gli altri suoi simili. Il suo nome, quel suono gutturale, emesso da gole provviste di un rozzo apparato vocale, al cui richiamo egli rispondeva, in una lingua che ancora non si era articolata se non in fonemi grossolani ed ogni giorno diversamente variati, nel tentativo, più volte ripetuto, di riprodurre ciò che non veniva correttamente memorizzato, in tempi più evoluti e raffinati avrebbe significato qualcosa come colui che continua ad esistere. Quel nome, composto da molte vocali, veniva pronunciato come un suono solo, emesso da una gola che si apre nel richiamo istintivo diretto verso qualcosa che si trova al di fuori del corpo. La prima vocale era il simbolo fonetico universale dello stupore, il suono emesso di fronte a qualcosa di nuovo e che per esso si stupisce, la seconda esprimeva ciò di cui lo sguardo si stupiva, mentre la terza, che prolungava la sorpresa, dava alle prime due la connotazione del nome: Ho-aer, colui che continua ad esistere.
    In realtà, Ho-aer stava morendo o, comunque, avrebbe terminato il suo ciclo biologico di lì a poco, avendo raggiunto e superato, di gran lunga, l'età in cui veniva, in quell'epoca lontana, il momento di scomparire dal mondo. Aveva già vissuto molto, circa venti cicli planetari: la vita media dei suoi simili era intorno ai tre o quattro e i più longevi raggiungevano, talora, i cinque. Trascorso un ciclo planetario erano adulti, muscolosi e forti, inconsciamente fieri del loro rigoglio e pronti a riprodursi; a due cicli avevano prolificato e, cresciuta la prole, erano già in cerca di un nuovo partner, che garantisse la soddisfazione del loro bisogno di perpetuazione della specie: ciò nel rispetto obbligato di un meccanismo in sé non finalistico né da alcuno stabilito, che si era autodeterminato nel corso di un'evoluzione le cui regole erano state stabilite, in milioni di cicli planetari, dalla sopravvivenza dei migliori e dalla migliore adattabilità all'ambiente.

Un lettore spagnolo ha scritto:

"¡Es un l¡ibro fantástico! Describe el encuentro entre un explorador tecnológico de una civilización muy progresada en el futuro con un "protoscimmia" que es un mono inteligente que entiende o, mejor, comienza a adivinar que está en frente de una forma de vida diferente a la que proviene de las estrellas.  ¡La descripción del encuentro, al final de la novela, es un momento de poesía mágica. ¡Verdaderamente hermoso! ¡Para leer dos veces!"

(Paco R.)

 

Sbarco

    La bolla di luccicante energia, le diafane pareti impercepibili all'occhio, sorvolava veloce in un’orbita spiraliforme il pianeta verso il quale era diretta, scivolando sulle onde di un mare che non esisteva, mentre sofisticati ed invisibili strumenti di analisi e di calcolo verificavano ogni frammento di immagine percepita e ogni dato rilevato. A cinquecento UP dal pianeta, nella zona di confine tra lo spazio cosmico e l'inizio della sua atmosfera superiore, si attestò bruscamente in un orbita di parcheggio, sagittale ai poli del pianeta, modificando la sua inclinazione di cinque gradi in longitudine ad ogni successivo passaggio, finché, dopo settantadue veloci passaggi, completato il ciclo, era ritornata all'orbita iniziale.
    Durante queste rapide orbite i suoi invisibili sensori avevano attivato altrettanti invisibili telescopi digitali in risposta alle sollecitazioni informatiche di un programma che conosceva e valutava il proprio percorso ed avevano attivato sofisticate olocamere; queste avevano rilevato e confermato quanto già precedentemente osservato e cartografato da milioni di minutissime microsonde inviate dalla nave madre in tutti i pianeti di quel solare, quando questa già vi si era affacciata per la prima volta, imponente massa di scuro metallo energetico che assorbiva energia dal vuoto stesso che la circondava, per muoversi disinvoltamente in esso.
    Terminata l'ultima orbita stabilita, la navicella spinta da un'energia che non conosceva fatica né esitazione, attraversò decisa, in linea inclinata all'equatore del pianeta, la densa e turbolenta atmosfera di quel mondo, penetrando cauta negli scuri e altezzosi cirri e tuffandosi, invece, ardita e voluttuosamente dispettosa, nei candidi cumuli e nembi che stratificavano più in basso. Si spinse, ancora più in giù e ancor più veloce e sicura, negli strati più bassi della troposfera del pianeta, in un'aria che diveniva sempre più densa e spessa, verso un luogo prestabilito, in una zona dell'equatore del pianeta, indicato da una serie in continuo movimento di numeri e geometrie che comparivano, come per magia, su un azzurro schermo ologrammico disegnato nell'aria al di fuori di essa.
    Si arrestò, poi, di colpo, come se fosse sempre stata ferma nello spazio, alla quota di trecento UB di altezza, frenata da potenti lacci di invisibile energia: la serie colorata di numeri e geometrie dello schermo aveva cambiato nuovamente i suoi disegni, che ora si succedevano più rapidi e intensi, sovrapponendosi gli uni agli altri e cancellando e scostando i precedenti, in una vertigine colorata di veloci immagini, leggibili e comprensibili solo dalla tecnologia che li aveva realizzati adattandosi alla loro comprensione, fino a fermarsi in un'unica statica serie di numeri ed in un'unica geometria che confermava la posizione prevista e prestabilita per l’atterraggio u quel mondo.
    Riprese, dopo qualche attimo, sicura il suo movimento, con un'accelerazione improvvisa che era la continuazione della velocità prima interrotta, diretta verso un vasto altopiano, sul quale numeri e geometrie evolute concentravano e proiettavano il loro disegno, riconoscendo in esso il luogo, in un'esultanza bio-elettronica di colori e di molteplici gioiosi segnali sonori udibili solo dal programma che li aveva elaborati e dall’astronavigatore che li riceveva direttamente nel suo cervello lasciando intatto il silenzio intorno. 
    Fasci di luce sorti dal nulla, emessi da invisibili proiettori appesi alle quinte di un gigantesco teatro, illuminarono, con i loro rotondi e multipli cerchi perfetti di bianchissima luce artificiale, la zona di atterraggio, mentre altri fasci, del tutto invisibili all'occhio nato dal carbonio, esploravano, attenti e impercepiti, in ogni altra banda dello spettro di luce, la stessa zona già indagata, incrociando armonicamente i loro fasci, frugando e tastando, con elettroniche invisibili dita, ogni angolo ed ogni anfratto, ogni zolla di terra ed ogni filo d'erba, ogni cespuglio ed ogni sasso, nulla tralasciando e tutto analizzando fino alla conferma della completa sicurezza del luogo. 
    La bolla di pura energia atterrò, delicata e gentile, con un soffio soffice e silenzioso come quello del vento notturno, in una piccola radura individuata nel folto della fitta foresta di felci e conifere su un altopiano del remoto e affascinante Pleistocene di un mondo lontano nel tempo e nello spazio, senza turbare il sonno profondo di un ambiente antico, ignaro della visita eccezionale.